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Storia della medicina estetica

Più di un secolo fa nasceva e si sviluppava l’attuale medicina scientifica, in un contesto culturale dominato dalla razionalità positiva con, sullo sfondo, una rivoluzione industriale, l’ascesa della borghesia in una società radicalmente ripensata, un uomo malato quale corpo da curare clinicamente. Oggi, quella razionalità tende a essere rimeditata in tanti aspetti, spingendo avanti un pensiero più aperto alla complessità del mondo, una scienza più disponibile a dialogare con generi diversi di conoscenze, dentro una società che alcuni chiamano postmoderna, altri postindustriale, altri ancora liquida, sempre più complessa, variegata, interconnessa come un gigantesco network. In essa l’uomo malato non è più un oggetto clinico, ma un soggetto che rivendica il diritto e la possibilità di accedere a tutte le proposte scientifiche disponibili per scopi di salute e benessere, non solo quindi per guarire dalle malattie. Oggi la medicina scientifica tende più frequentemente a essere estesa, quasi per analogia, a questioni completamente diverse dalle canoniche definizioni patologiche. Da anni è in corso un processo per il quale, a parità di razionalità medica, cambiano le sue applicazioni e gli ‘oggetti’ della salute, negli ambiti degli stili di vita, dell’attività fisica, della bellezza, dell’efficienza e così via.

La medicina oggi ha a che fare con una domanda di segno nuovo, domanda che non esita ad appropriarsi di prerogative scientifiche non proprie allargando a dismisura l’area dell’automedicazione, interpretando in proprio decisioni mediche, scegliendo tra generi diversi di medicina (medicine complementari o integrate), creando sinergie nuove tra diverse razionalità. Sullo sfondo, strategie consumistiche che puntano a medicalizzare tutto il possibile, dagli integratori alimentari ai materassi fisiologici, e dove gli oggetti non sembrano più scelti per le loro utilità primarie (valori d’uso), ma per i loro presunti potenziali terapeutici. Essi sembrano proposti per lo più ‘contro’ un’anormalità anziché essere proposti, in prima istanza, ‘per’ una normalità. Il mercato fa leva sui valori della salute e del benessere e si offre attraverso subdole metafore terapeutiche. La medicalizzazione della nostra società sembra dilatare un’idea di medicina e di scienza, a partire dal supermercato, favorendo il consolidarsi di una mentalità per la quale la medicina, suo malgrado, rischia di essere consumata anche quando non dovrebbe. Ciò presuppone la dilatazione di quello che il filosofo francese Georges Canguilhem indicava come il falso rapporto tra normale e patologico (Le normal et le pathologique, 1943). La medicalizzazione consumistica della salute pone il mercato quale grande terapeuta che restaura e difende il valore della salute e che ha la competenza di compensare e provvedere. Esso è come un gigantesco ‘integratore’ in corsa per avere il controllo della salute, della bellezza, della giovinezza, dell’efficienza.

Per comprendere a pieno i rapporti che intercorrono tra estetica e medicina, vale a dire il fenomeno di una nuova domanda per la cura del corpo, non si può prescindere da questo contesto.

L’imbarazzo della scienza

È sufficiente una sommaria ricognizione tra vocabolari, enciclopedie, trattati di storia della medicina, storie del pensiero medico ecc., per rendersi conto, rispetto all’estetica chirurgica, di un imbarazzo, di un pudore, ma anche di una difficoltà storica.

L’estetica relativa alla salute è ovunque definita come sottintesa, cioè quale scopo secondario rispetto alla chirurgia plastica. Con difficoltà l’estetica è stata riconosciuta deliberatamente come scopo primario della chirurgia plastica ed è stato un processo lungo. Resta il fatto che nei libri l’imbarazzo ancora esiste, il che pone un discreto problema quantomeno di aggiornamento dei vocabolari e non solo. Oggi bisognerebbe introdurre un lemma, nell’ambito della chirurgia, che sia «chirurgia estetica» e parimenti ammettere un lemma, nell’ambito dell’estetica, che sia «estetica quale campo di applicazione della chirurgia».

Se per chirurgia plastica intendiamo la ricostruzione di tessuti, organi, parti del corpo, lesi oppure malformati, soprattutto attraverso l’innesto di tessuti vivi, ciò che si privilegia è, evidentemente, l’impiego clinico della chirurgia. Si tratta di un impiego che non produce alcun imbarazzo, come a dire che la scienza medica si giustifica per i suoi scopi elettivi che primariamente sono di natura etica (il bene scientifico contro il male delle malattie).

Se per plastica intendiamo l’intervento chirurgico che ricostruisce la superficie cutanea per lo più a scopo estetico, anche in questo caso (si pensi alle ustioni, alla abrasioni, agli incidenti ecc.) l’imbarazzo non c’è perché sussiste di nuovo una forte giustificazione etico-scientifica. Ma se si intende una chirurgia plastica impiegata deliberatamente per scopi estetici, ossia senza giustificazioni cliniche (per es., per riparare i danni dell’invecchiamento), allora l’imbarazzo, almeno nei libri, è evidente. Naturalmente vi sono eccezioni che, però, sono lavori espressamente dedicati, come quelli che, anche recentemente, si sono occupati di storia della chirurgia estetica (Ghigi 2008). Nei vocabolari sembra si sia in difetto di giustificazione, come se la cura della bellezza non fosse un valore pari a quello della cura delle malattie. Sembra che i valori relativi dell’estetica non abbiano la stessa dignità di quelli assoluti della clinica. Relativo meno di assoluto. L’estetica è meno delle ragioni della vita, che resta il bene supremo anche se sul piano logico uccidono tanto le malattie quanto l’invecchiamento. Ma mentre le malattie riducono la durata della vita, l’invecchiamento sembra allungarla, come se fosse una ‘cronicità’ comunque a esito infausto. Quante sono le persone che considerano l’invecchiamento al pari di una malattia cronica (cioè del tempo) e che attraverso la chirurgia intendono curarla in quanto tale?

Storia del pensiero medico occidentale (1993-1998) curata dallo storico e medico Mirko D. Grmek (un passaggio obbligato per conoscere la medicina) non si menzionano né la chirurgia plastica, né quella estetica. Nella Storia della medicina(1927) dello storico della medicina Arturo Castiglioni (opera dal taglio classico, dove la storia coincide con i progressi della medicina) si menzionano le plastiche di Karl Ferdinand von Gräfe (1787-1840), che però non è un chirurgo plastico, bensì un chirurgo al quale si devono, tra le altre cose, il perfezionamento della trasfusione, l’introduzione dell’operazione del labbro leporino congenito, il perfezionamento del taglio cesareo.

Ovunque nei vocabolari, nelle enciclopedie, nelle storie, si preferisce l’espressionechirurgia plastica a quella di chirurgia estetica, ossia si pongono quasi in ordine gerarchico l’assoluto clinico e il relativo estetico. Nella logica gerarchica ciò che viene prima vale di più di ciò che viene dopo e questo ha l’effetto di distinguere il valore dal disvalore. Ciò spiega l’imbarazzo dei vocabolari.

Per un altro verso, sempre rispetto ai libri, il termine estetica non è mai associato al termine chirurgia. L’estetica, nelle sue tante accezioni, è l’arte della bellezza, dell’armonia, quindi filosofia. Solo nella voce Estetica del Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia compare l’espressione «estetica facciale», definita però come «chirurgia plastica del viso» (5° vol., 19722).

Che cosa vuol dire tutto ciò? Nella storia della medicina, plastica ed estetica appartengono a due domini semantici ben distinti ai quali corrisponde una società a sua volta ben distinta in due etiche: la prima riferita al ‘male’ e quindi al nobile impegno della scienza per combatterlo; la seconda riferita al ‘bello’, dove vale l’esclusiva dell’arte e della filosofia. Non è casuale se oggi la chirurgia estetica si compiace a volte di presentarsi più come arte che come scienza, dando luogo a un equivoco che certamente non le giova.

L’imbarazzo, il pudore, hanno preso forma quando la società, a partire dal secolo scorso, ha avvicinato il mondo del male a quello del bello, in qualche modo creando le condizioni culturali per un’intercambiabilità: il non bello viene sempre più assimilato al male; il non male viene sempre più assimilato al bello (detto altrimentibenessere, well being, buona vita ecc.).

L’imbarazzo nasce soprattutto nel momento in cui si chiede alla chirurgia di impiegare la scienza per scopi diversi da quelli considerati elettivi, ossia suoi propri. Quasi come chiedere alla scienza di curare l’effimero, il formale, l’apparenza, o peggio la vanità, l’ostentazione, l’esibizionismo ecc., e in qualche modo di ingannare la ‘natura naturale’ fino a mettere in discussione la gerarchia dei valori della clinica e dei disvalori dell’estetica.

Nel momento in cui la società, per un’infinità di ragioni, intercambia, quasi fino alla sinonimia, il non bello con il non sano, con il male, la non estetica con la patologia, l’estetica con la chirurgia, succede che nel tempo cambia di fatto il modo di essere di questa chirurgia, cambiando gli scopi del suo impiego e, inevitabilmente, il suo modo di operare. Oltrepassando la giustificazione clinica, la chirurgia estetica si ritrova suo malgrado, pur con prerogative diverse e ovviamente con ben altra scientificità, sullo stesso piano del significato ‘sociale’ dell’estetista, delle cure di bellezza, dei parrucchieri e dei massaggi, delle diete, del fitness, della cosmesi e così via.

L’imbarazzo è una ‘medicina’ che offre scienza riducendo tutto a tecniche (non ad arte) o a tecnologia applicata (laser, radio-frequenze, onde d’urto, materiali biocompatibili ecc.), per curare il brutto ancor prima del male. Se oggi l’uno e l’altro tendono a equivalersi allora è inevitabile che si rischi di alterare i rapporti tra sembiante e salute, ma anche che si rischi una svalutazione di ritorno della chirurgia causata dall’effimero significato sociale del suo impiego.

Oggi l’imbarazzo è molto evidente perché più forte e più estesa è la domanda di estetica e più alto è il rischio di una svalutazione di ritorno. La verità è che ci ritroviamo in una transizione che è ricerca di nuovi equilibri tra etiche di genere diverso, nella quale il processo di emancipazione dal male in tutte le sue forme è ancora largamente incompiuto.

Guerra e pace

La chirurgia estetica, al pari delle altre chirurgie, nella sua storia non è stata sollecitata solo dalla società (in senso lato), al contrario un grande ruolo rispetto al suo sviluppo lo ha avuto la guerra. Gli storici parlano di chirurgia di guerra e non a caso i congressi di chirurgia postbellici si occupavano di fratture, di ferite, di piaghe (debridement). Per la chirurgia la guerra è sempre stata un fattore di sviluppo e la base per una sua forte legittimazione. Le guerre precedenti la Prima guerra mondiale causarono un certo numero di mutilati, che comunque rappresentavano una piccola parte della popolazione totale degli Stati belligeranti. Dalla Prima guerra mondiale in poi, l’enorme quantità di sopravvissuti pose nuovi problemi sociali. Gli scampati non volevano solo sopravvivere, ma tornare per quanto possibile alla vita normale. È in quest’ambito che, per la prima volta, tra quelli che venivano definiti ‘i problemi sociali della chirurgia’, iniziò a prendere piede la chirurgia estetica in quanto tale.

La guerra è il male per antonomasia, la malattia delle malattie, che rende invalidi, inabili fisicamente e socialmente, da un punto di vista biologico ed estetico. Con queste giustificazioni di supporto non vi è imbarazzo; l’estetica, nel porsi come problema sociale, ha lo stesso valore della salute. In tempo di pace, tuttavia, i problemi estetici sembrano assumere un altro significato sociale: essi si accrescono e si estendono come se fossero nuove forme gratuite di ‘inabilità’ relazionali. Nel nostro tempo la ‘sfigurazione’, nelle forme comuni del difetto estetico, si emancipa dalle cause che l’hanno prodotta (siano esse belliche, genetiche, traumatiche ecc.) e si propone non tanto come una questione sociale quanto come una scelta privata, a rischio di cadere nell’arbitrio.

Oggi, per la chirurgia estetica l’imputazione eziologica non ha più alcun valore, ma questo perché l’unica vera giustificazione che conta è prevalentemente privata. Però, senza un’imputazione eziologica o di altro tipo, la presenza del fine della chirurgia è immanente all’azione chirurgica stessa. Come dire che risultato e operazione sono la stessa cosa, esattamente come sono la stessa cosa la scelta privata e l’operazione chirurgica che il cliente si autoprescrive, aprendo, anche in questo senso, un varco per nuove problematiche e nuove contraddizioni. Se esiste un settore per cui non è ammissibile alcun tipo di autoprescrizione da parte del malato questo è proprio la chirurgia. I chirurghi estetici ‘disinvolti’, che accettano acriticamente le autoprescrizioni estetiche dei loro clienti, non si rendono conto del danno profondo che essi causano alla professione, banalizzandola di fatto a un mestiere estetico-artigianale. Per un parrucchiere non avrebbe senso rifiutare i trattamenti richiesti, ma per un medico chirurgo rifiutare certe richieste in alcuni casi è addirittura un dovere deontologico. In chirurgia non può essere ammessa l’autoprescrizione, anche se la scelta privata ha un peso preponderante. Questo genere di scelta non implica automaticamente una risposta chirurgica. La scelta può essere del tutto contraddittoria rispetto alla necessità, all’opportunità e così via. Inoltre, vi possono essere gli estremi per una forma di speculazione, dal momento che dalle autoprescrizioni estetiche i medici disinvolti ricavano lauti compensi. Sarebbe come se un medico, per guadagnare, sottoponesse il proprio malato a continui trattamenti indipendentemente dal buon senso e dalla ragionevolezza, ma soprattutto indipendentemente da qualsiasi codice deontologico. Oggi la chirurgia estetica non può fare a meno, se (come dovrebbe) intende proporsi come una disciplina scientifica, di dotarsi di una robusta deontologia. L’equivoco di intendere questa disciplina come un’‘arte’ per analogia con la nozione di estetica sta proprio nella discriminante deontologica. L’arte non ha gli stessi obblighi deontologici che ha la scienza medica. Per l’arte l’arbitrio è un valore, per la medicina, invece, è il peggior nemico di un malato.

Salute e dintorni

A partire dal secondo dopoguerra confluirono nella definizione di salute sempre più numerose esigenze di diverso tipo. Già nella definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) la salute era concepita allo stesso tempo come assenza di malattia, salute mentale, salute sessuale, salute ambientale, equilibrio psicoaffettivo, autostima. Oggi la sanità, soprattutto pubblica, al contrario è quasi costretta a ridefinire la salute in modi più realisti e a parlare il linguaggio della medicina possibile, dove possibile significa compatibile con le disponibilità economiche. Ciò ripropone la necessità di una discussione profonda dei compiti della medicina. In questo quadro bisogna riflettere su una nuova domanda, quale nuova cura chirurgica del corpo. Si tratta di una domanda contro i difetti, le imperfezioni fisiche oltre che contro tutti quei gravi problemi clinici che richiedono interventi di ricostruzione plastica per garantire normalità funzionali. In questi anni l’estetica non è stata proposta da leggi o da grandi movimenti di emancipazione, ma si è autoproposta in forma sia privata sia informalmente pubblica, nel senso che il bisogno privato è continuamente legittimato da una società dell’immagine, della forma, dell’apparenza fortemente propensa a incoraggiare l’estetica molto più che a tollerarla. L’estetica oggi è un valore tanto privato quanto pubblico. Evidentemente la dimensione pubblica di un bisogno privato non necessariamente deve essere sostenuta da coperture dello stato sociale per avere comunque un valore pubblico. Il ricorso alla chirurgia estetica ormai non è più solo prerogativa delle classi sociali più ricche; inoltre esso non è più esclusivo del mondo femminile, perché è richiesto sempre più estesamente dagli uomini; e infine è ormai sempre più evidente in maniera palese che la domanda di estetica nella sua trasversalità sta diventando sempre più funzione dello sviluppo delle tecniche, delle applicazioni scientifiche. Si pensi alla grande portata della terapia cellulare, all’applicazione delle cellule staminali, alla coltivazione dei tessuti ad alta compatibilità, alla coesistenza tra artificiale e naturale fino a metterne in discussione la distinzione.

I diritti del corpo

Non è difficile desumere, dalle tecniche e dalle possibilità di applicazione di tante scoperte scientifiche, il tipo di investimento che ormai rappresenta il corpo. Come non è difficile desumere una sorta di tipologia estetica personalizzata che a mano a mano si viene affermando. I dati dicono che le persone non sono alla ricerca di un modello da inverare, come è avvenuto in qualche caso clamoroso dove, per assomigliare a un certo personaggio, ci si è sottoposti a decine di interventi chirurgici. La maggior parte delle persone è piuttosto incline a correggere difetti, imperfezioni, compromissioni, che si ritiene impoveriscano o deteriorino esteticamente il corpo, la forma percepita e autopercepita, con tutti i vissuti psichici che conseguono sotto forma di insicurezze e complessi. Dal canto suo la chirurgia estetica sino a ora è sempre stata per lo più indisponibile, anche tecnicamente, a considerare richieste di inveramento di modelli o di rimodellamento delle fisiognomiche e si è mantenuta di solito nell’ambito dell’intervento correttivo, quindi considerando un grado ragionevole di difettosità, con un grado ragionevole di raggiustamento possibile.

Tuttavia, tra le irragionevolezze non mancano quelle che spesso sono sintomo di problemi più profondi ed espongono la chirurgia estetica al rischio di dequalificarsi come scienza che si prende carico di una domanda non qualificata o quanto meno problematica. Da questo punto di vista la chirurgia non può, come medicina, accettare passivamente una domanda che per sua natura abbisogna per qualificarsi di essere preventivamente interpretata. In futuro essa sarà chiamata sempre più a svolgere una funzione calmieratrice della richiesta. Viviamo in un’epoca nella quale sta avvenendo un curioso fenomeno di slittamento semantico che per apposizione (trasferire i predicati di una cosa su un’altra per poterla definire) permette al corpo di acquisire i diritti della persona. Oggi si ripropone, in forma moderna, la massima dello scrittore Aulo Cornelio Celso (1° sec. d.C.): «Prima di tutto ognuno deve conoscere la natura del proprio corpo» (Ante omnia autem norit quisque naturam sui corporis). Oggi si parla di esigenze del corpo con il linguaggio dei ‘diritti’ del corpo, come se vi fosse una riduzione della complessità della persona al corpo o una parificazione con il corpo che si candida a essere l’unico significativo riferimento della persona. «Esigenze quali diritti del corpo» è un’espressione problematica che, tuttavia, indica un processo di rivalutazione del corpo, il quale non è più solo un oggetto esteriore, uno strumento da utilizzare o una prigione (come pensava Platone), o una macchina (come pensava Cartesio), ma diventa una questione ontologica fondamentale dell’essere e dell’esistenza. Il corpo, nel nostro tempo, allude a una sua propria libertà, ma è innegabile che così esso è chiamato ad assumersi sempre più un’inevitabile quanto necessaria responsabilità. Il potere di disporre del proprio corpo fa di questo tema una priorità non solo culturale, ma anche politica, proponendo quelle tematiche, care al femminismo ma ancor prima all’esistenzialismo, che ruotano intorno all’esperienza come corpo proprio o vissuto. Oggi il corpo si propone in modo inedito come una grande ambivalenza: né solo oggetto, né solo soggetto. La nuova problematica è quella del corpo in rapporto con sé stesso (la dimensione privata) e in rapporto con gli altri (la dimensione pubblica). Il corpo, nel nostro tempo, coincide con il vissuto, ma il vissuto che si manifesta attraverso il corpo non è un problema solo psicologico. Gli approcci fenomenologici, antropologici, ma anche quelli della fisiologia moderna, fanno del corpo un super oggetto sui generis che contribuisce in modo costitutivo alla definizione dell’identità personale soprattutto in un’ottica relazionale, e quindi in rapporto con gli altri. Negli anni Novanta del 20° sec. non a caso è nata la body sociology, che vede il corpo attraverso le pratiche e le politiche di regolazione sociale (embodiment), contribuendo a superare una visione naturalistica del corpo per privilegiare quella postmoderna e intersoggettiva. Oggi la chirurgia estetica non può non misurarsi con il rapporto tra consapevolezza corporea (bodily awareness) e autocoscienza (self-awareness), al fine di comprendere l’importanza per la persona dell’aspetto fisico, della salute e del benessere personale. Per questo è necessario che essa si allei con altri saperi umanistici.

Forma e sostanza

Il nuovo statuto ontologico del corpo pone la medicina di fronte a una visione culturale che tende a banalizzare il bisogno estetico a pura apparenza. Qual è il criterio guida di un’eventuale ragionevole specificazione? E quale accordo è necessario che intervenga tra chi esprime una necessità estetica e chi soddisfa tale necessità? Si comprende bene che se non si affrontasse tale questione, in termini soprattutto etici, il rischio sarebbe quello di concepire la medicina chirurgica come una specie di ‘blob-chirurgia’. Vale a dire tecnica per la decostruzione e la ricostruzione del corpo nella sua relativa totalità. Da come si affronterà e si risolverà tale questione dipenderà in futuro anche la possibilità di annoverare o meno alcune giustificate prestazioni di chirurgia estetica nel quadro delle coperture dello stato sociale.

Sembra bizzarro preoccuparsi di questo nel mo­mento in cui i sistemi sanitari sono sempre più scarsamente finanziati, ma già oggi alcune pratiche chirurgiche di tipo estetico sono rimborsabili dal servizio sanitario pubblico. Si tratta di tutte quelle situazioni nelle quali il problema clinico giustifica quello estetico: una deviazione del setto nasale può danneggiare la funzione respiratoria e quindi giustificare un intervento ricostruttivo. In effetti, il ricorso alla chirurgia estetica avviene spesso avvalendosi di giustificazioni cliniche. In futuro, quindi, non è velleitario immaginare di allargare il campo delle prestazioni pericliniche, ma ciò rende ancora più cogente il problema di dotarsi di criteri che funzionino per distinguere una prestazione chirurgica giustificata da ragioni medico-psicosociali da una prestazione chirurgica poco giustificata o giustificata in altro modo. La medicina estetica, di fronte a una domanda eclettica, non può che proporsi come una chirurgia del buon senso, accettando comunque di misurarsi su un campo caratterizzato soprattutto dalla correzione del difetto.

Scherzi di natura

Che cosa è il difetto estetico giustificabile da un punto di vista medico-psicosociale? Da un punto di vista genericamente semantico un difetto denota sempre una carenza di determinazione o di normalità rispetto a una forma. In senso lato, per un chirurgo un difetto può essere una normalità negata, nel qual caso si avrebbe un limite di entità nell’essere e nella persona. Sempre in senso lato, un difetto può sussistere perché l’attività sociale della persona necessita di certe determinazioni della forma (il discorso riguarda alcune professioni). In questo caso vi è una privazione rispetto alla natura sociale del soggetto. Ancora in senso lato, un difetto può consistere in una carenza di determinazioni fisiche, fonte di problemi psichici, relazionali, sociali dovuti alle cause più diverse come l’invecchiamento. Di esempi se ne possono fare tanti: le orecchie a sventola che provocano l’irrisione dei compagni di scuola; le professioni che sono attinenti allo spettacolo e che non permettono vistosi difetti fisici, e più semplicemente situazioni iatrogene, o problemi che insorgono dopo eventi come il parto. Il difetto è una nozione complessa. Per l’estetica esso dovrebbe essere considerato non un ‘disturbo’, ma qualcosa che cambia l’aspetto e il modo di essere e che per questo viola quelle che il filosofo Johann K. Lavater (1741-1801) chiamava le regole fisionomiche. Per la chirurgia non si tratta tanto di curare disturbi della forma, ma di correggere espressioni della forma, quindi di correggere qualcosa che per sua natura, come tutte le espressioni, sta in mezzo, è infra: tra il corpo, la persona, la società. In questo senso la chirurgia estetica, correggendo espressioni, cioè i modi di esprimere l’essere, interviene su ciò che è fisicamente, socialmente e culturalmente nel mondo. Nella teoria fisiognomica le espressioni del volto sono ‘abitudini’ e spesso sono considerate specchio dei moti del cuore. Il difetto è l’equivalente dell’errore, per citare Canguilhem, mentre il medico Mario Austoni parla di errori di natura, gli stessi, secondo il patologo Giacinto Viola, che fanno sbagliare la natura e sono anch’essi fenomeni della natura, il famoso lusus naturae degli antichi medici, cioè lo «scherzo di natura», il freak, come si dice oggi. Per Canguilhem, da qui a teorizzare che la salute in fin dei conti è correttezza genetica e che essere malati significa essere stati falsificati, ossia essere falsi o vittime di uno scherzo (freak), il passo è breve. Oggi scherzo, difetto ed errore di natura tendono a equivalersi.

L’etica del ‘postcredente’

L’estetica come bisogno medico sorge quindi dal convergere dei più diversi cambiamenti. In nessun modo essa è qualcosa di autoriferito o di superfluo o di sovrapposto. Essa è antecedente e conseguente a un processo di emancipazione dell’uomo molto vasto e profondo che ridiscute i suoi rapporti con la natura, gli ordini e le leggi della biologia, gli arcaici destini di finitudine e di invecchiamento, antiche soggezioni alle malattie e, di conseguenza, gli ordini morali legati alle ‘colpe originali’ che fondano la condizione umana in tutti i suoi aspetti terreni. Oggi l’uomo, emancipandosi da queste ‘colpe’, quelle che nelle mitologie ne decretarono la cacciata dal paradiso terrestre e il suo destino di finitudine, facendone in pratica un uomo ‘inguaribile’ dalla morte (Cavicchi 1998), non tollera più la gratuità del dolore, le filosofie fataliste e così via. Oggi, non si ritiene che l’uomo tenda a rifiutare la morte (d’altronde, non ha mai potuto rifiutarla) e che abbia ambizioni di intemporalità, come sostiene una certa letteratura sociologica. La nozione di inconcepibilità e di impossibilità, anche se ridefinita in base a nuove possibilità scientifico-esistenziali, resta, secondo noi, quella di sempre. Oggi l’uomo sa, come ha sempre saputo, quello che sosteneva il filosofo Michel Foucault e cioè che non si muore perché si invecchia ma, al contrario, si invecchia perché si deve morire. Allo stesso tempo proprio per accettare questa inevitabilità, l’uomo tende a porre condizioni nuove di vivibilità, filosofie imperniate sul valore del presente, ed esprime bisogni tesi ad accrescere nella vita possibile un prolungamento di vitalità, modificando stili di vita, perseguendo obiettivi di autonomia fisica, correggendo il proprio deterioramento estetico. Tutto ciò avviene entro processi definiti disecolarizzazione che spesso altro non sono se non inveramento storico di antichi valori religiosi e che diventano buona condotta, norme morali, culture dei diritti, cittadinanza. Soprattutto, rispetto alla medicina e ai suoi rapporti con la finitudine umana, nasce e si consolida una figura culturale nuova di soggetto che è il ‘postcredente’, cioè un soggetto che si rapporta con i problemi di sempre recuperando in modo moderno un atteggiamento di accettazione dei limiti naturali e, nello stesso tempo, ponendo al suo momento storico nuove condizioni.

Oggi l’accettazione delle leggi naturali, come l’invecchiamento, per un gran numero di persone non è più un fatto passivo, ossia non è più un subire, un sopportare, un patire, ma è diventato e sempre più sta diventando un atteggiamento attivo che rinegozia, attraverso la scienza, nuove modalità e nuove possibilità ‘naturali’. Si rammenti il portato rivoluzionario della genomica, delle biotecnologie, dell’ingegneria genetica, dell’applicazione delle cellule staminali, ma anche dei farmaci impiegati per la disfunzione erettile. Tutti sanno che si deve invecchiare, ma oggi la novità è che esistono margini di negoziabilità con questo limite. E questi margini nascono da nuove possibilità, tra le quali vi è l’estetica. Non deve sorprendere se tutto questo ha una forte ‘con-significanza’ con un pensiero estetico che sarebbe sbagliato considerare semplicemente parallelo alle mutate concezioni della vita e della morte dell’uomo moderno.

L’estetica come pensiero

Nel corso della sua storia, l’estetica si è occupata dei valori simbolici dell’espressione artistica, alla stregua di quei valori simbolici che oggi potremmo ricondurre alle espressioni fisiche del nostro corpo. Si è occupata dell’arte come rappresentazione della realtà e quindi del proprio tempo storico (si pensi all’estetica marxista); come forma espressiva che anticipa la coscienza individuale collettiva; come fruizione di un bene e come collegamento con l’esperienza della morte, della precarietà umana, con il riscatto dalla condizione di finitudine. Ma è con la nozione di esperienza estetica, usata in aperta polemica con quella di opera d’arte, che la filosofia si intreccia suo malgrado, quasi coincidendo, con le questioni del rapporto tra estetica e medicina. L’estetica scopre quella che i filosofi definiscono sfera dell’apparenza, la stessa che punta a recuperare quasi una visione ‘sensualistica’ dell’estetica, in conformità con il suo significato originario (dal greco aistheticós «che concerne la sensazione, che percepisce»). L’esperienza estetica di­venta sensazione ma anche compensazione, espressione che nasce dopo la fine di una certa arte; secolarizzazione, nel senso di scoprire l’esperienza sensibile dell’uomo, la concretezza dei suoi problemi e dei suoi bisogni; interpretazione, per arrivare ai nostri giorni, ossia al postmodernismo, dove l’estetica diventa eclettismo, molteplicità di stili, esposizione, esibizione dell’eterogeneo, transito, incompiutezza, direttività, caducità.

Essere e apparire

È impressionante scoprire che le principali contraddizioni e antinomie di cui soffre oggi la chirurgia estetica alla fine si rispecchiano nel pensiero estetico del nostro tempo. Per la medicina un’estetica quale ‘conformismo’, che generalizza la categoria dell’apparenza, è un grande problema e in qualche misura la sua contraddizione. Rivendicare un diritto all’apparenza, da parte della società, per la medicina significa inevitabilmente accettare di considerare la realtà come simulacro, imitazione, simulazione e rendersi complice nel ridurre, a sua volta, la persona a simulacro e a soggetto idealizzato, pericolosamente supposto senza vissuti. Il rischio non è rappresentato tanto dal bisogno estetico che, come dimostrato, è già parte integrante della nostra vita, ma dalle sue esagerazioni, dai suoi eccessi, dal suo uso esasperato, dai fraintendimenti.

La medicina, secondo noi, dovrebbe operare nell’ordine ragionevole della correzione del difetto, evitando di abusare dei propri mezzi. L’‘estetismo’ non può dunque essere il supporto filosofico e culturale della chirurgia perché esso prelude a un eccesso di apparenza, a una riduzione formale della persona. La logica del simulacro rischia di ritorcersi contro la medicina e i chirurghi, perché favorisce la contrapposizione tra i valori, quelli che da una parte riguardano la vita e quelli che, dall’altra parte, riguardano l’aspetto. L’estetismo identifica la tendenza ad anteporre i valori estetici a tutti gli altri e a considerare la vita come contemplazione. Ma, come ci dice la storia, estetismo e decadentismo fatalmente finiscono per equivalersi. Ormai è pratica corrente il ricorso alla magistratura di persone che accusano il chirurgo di avere lasciato sul loro corpo segni di cicatrici, del tutto dimentichi che è stata loro salvata la vita. È, per es., pratica corrente, nel caso della chirurgia della mammella, privilegiare interventi limitati, localizzati (quadrantectomia), per ragioni legittimamente estetiche, trascurando però i maggiori rischi, anche di minore sopravvivenza, che questo comporta per il malato.

Apparenza, sopravvivenza e responsabilità

La contrapposizione tra i valori della cura del male e quelli della correzione del brutto inevitabilmente crea, come già notato, un ordine gerarchico, in ragione del quale l’apparenza viene prima della sopravvivenza. Questo non può essere giustificato da nessuna filosofia, cultura o emancipazione sociale. Oggi il corpo non può accedere alle suggestioni dei diritti, della libertà, senza accedere contestualmente a quelle della responsabilità. È del tutto irresponsabile preoccuparsi più della cicatrice che della propria vita, come è irresponsabile non avere coscienza dei valori scientifici ed etici e degli impegni professionali in gioco. Questo naturalmente non esime il chirurgo dall’onere di assicurare un’attenzione estetica, però nei limiti della ragionevolezza. La medicina è la casa dell’imprevisto, del contingente, di un certo grado ineliminabile di fallibilità, come tutte le imprese ad alta complessità. La logica del simulacro, se costituisce la base di un certo contenzioso legale, rischia di innescare comportamenti opportunistici da parte dei medici, ossia di difesa contro i rischi professionali legati ad atteggiamenti estetistici più che estetici.

Naturalmente, si tratta di un campo di problematiche tutto da esplorare. Tra la cura del ‘male’ e la correzione del ‘brutto’ a volte il confine, come dimostrano molti casi clinici, non è così netto. Si è già detto che vi sono casi nei quali estetica e clinica sono molto embricate ma, laddove il problema del difetto sussiste indipendentemente da una qualsiasi patologia, serve un altro tipo di giustificazione, cioè una spiegazione di genere diverso da quella clinica e con la quale passare da un tipo di imputazione eziologica a un tipo di imputazione socioesistenziale, che però includa il valore della responsabilità. Se è legittimo correggere un difetto che sia tale, perché mai lo si deve giustificare in quanto tale? Perché mai si dovrebbe usare la clinica come un eufemismo? Si apre così uno spazio di ricerca, di definizione, di riflessione, di formazione, dove la legittimazione estetica non deriva né dalle tecniche chirurgiche impiegate, né dalle patologie fisiche e psichiche sottostanti al problema estetico. La sussistenza di un ragionevole problema estetico non deve per forza essere legittimato con la clinica. Perché clinicizzare quell’estetica per la quale sono sufficienti il buon senso, la responsabilità, la conoscenza anche psicologica/esistenziale dell’altro? Oggi la novità che l’estetica rappresenta, ma non solo essa (si pensi a quel corso della ricerca scientifica in campo farmacologico teso a costruire il well being), è che la medicina non persegue ormai più solo obiettivi contro il male, perché da un po’ di tempo è sollecitata a perseguire anche obiettivi per il bene. Oltre all’imputazione eziologica vi è il bene estetico, che è molto diverso dal bene clinico e che ha valore, pregio, dignità in quanto tale, nell’interesse primario dei chirurghi. Ossia il bene deve avere un valore. Ebbene, per la medicina è inevitabile che questo valore ricada nel dominio della moralità, cioè nel dominio delle condotte e dei comportamenti umani intersoggettivi. Altrimenti si ricadrà nelle contraddizioni e nei paradossi della chirurgia estetica eufemistica o di quella estetista fine a sé stessa. Il bene estetico per la medicina, quindi, non può che essere un bene morale che ha bisogno di essere disciplinato a sua volta con un’etica della responsabilità. Bene morale significa che è il desiderare qualcosa per sé che fa il valore e che crea il bene, ma nello stesso tempo crea responsabilità.

La chirurgia estetica in futuro forse dovrà ‘dipartimentalizzarsi’ con altre specializzazioni mediche e psicologiche, in modo tale che il valore estetico coordini strategie di intervento che attualmente risultano ancora troppo separate. L’estetica medica (forse dovremmo denominarla in questo modo) è un metavalore che sovraintende all’alimentazione, al movimento fisico, al benessere mentale, all’aspetto fisico, agli stili di vita, agli atteggiamenti culturali e sociali. È una nozione inevitabilmente dipartimentale. Ma, a parte le forme organizzative che saranno o non saranno adottate in futuro, la medicina estetica avrà l’onere etico e deontologico di qualificarsi quale espressione moderna di virtù e di responsabilità riferite a un’idea di benessere fisico ampia. Esattamente come ci ha suggerito Aristotele qualche secolo fa.

11 settembre 2014 Commenti disabilitati In generale, News

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